Se la morte ti sfiora è per ricordarti che la vita è un dono inestimabile

Il 14 febbraio, alle 10,30 del mattino, mi sono ribaltato con la bicicletta. Stavo scendendo da una discesa, c’era l’allacciamento con un ponte, non mi sono accorto in tempo di un fossato e la ruota si è piantata facendomi fare un bel volo. Mi sono alzato con la testa sanguinante, sentivo il polso destro completamente andato. Dopo qualche minuto passa un’auto.

“signori ho bisogno di aiuto!”

“ragazzo, mio dio fermo! La tua testa!”

avevo un pezzo di carne che mi ciondolava sopra l’occhio, lo sentivo, ma ora non era il momento di pensarci riflettevo, dovevo mantenere la calma e andare in ospedale. Il signore scende dalla macchina, la donna al suo fianco inizia a piangere.

“amore dammi qualcosa per tamponargli la ferita”

La donna tutta tremante tira fuori dalla borsa degli assorbenti.

“ma sono puliti signore?”

“tranquillo! Sono con aloe vera ti faranno bene!”

ah allora se sono con l’Aloe va bene dico io!

li posiziona sulla fronte, passa un altro carro, decide di portarmi immediatamente all’ospedale. Si ferma un’altra macchina, e un’altra ancora, tutti aiutano per posizionare i pezzi della bici e le mie borse sul carro, augurandomi poi il meglio.

Arrivo all’ospedale, l’infermiera appena mi vede è spaventata, mi riferisce che non ha attrezzature adatte per curarmi. Passa un altro carro, mi porta in un altro ospedale. intanto gli assorbenti sono stracolmi di sangue. Arrivo all’ospedale di Banos, mi ricoverano con urgenza. Due ore ad aspettare un dottore, mi guarda la ferita, mi dice che devo essere cucito con urgenza ma che all’ospedale non c’è nessun chirurgo. Provano a chiamare altri ospedali vicini, non si trova nessun dottore in grado di aiutarmi. Nel frattempo due infermieri cercano di mettermi un gesso al braccio, ipotizzando su come posizionarlo. “signori ma avete mai messo un gesso?” Mantengo la calma, pensando ad un modo per uscirne, l’unica soluzione è tornare nella capitale e andare in un ospedale serio ed affidabile. Chiamo un taxi, lascio tutte le mie cose ad una signora di Banos fidata e mi dirigo verso Quito.

4 ore passate in macchina a riflette, ripeto dentro di me “andrà tutto bene, è solo un momento passeggero”, con il volto ancora tutto aperto e il polso sempre più gonfio. Chiamo due meravigliose anime conosciute a Quito, Marco e Giulia, le uniche due persone che in questa situazione potrebbero starmi vicino visto che non ho nessuno qui in Ecuador.

Sono le 21.30, arrivo all’ospedale Metropolitano, una clinica consigliata da loro e da Javier, un altro ciclo viaggiatore ricoverato proprio in questa clinica. Entro dentro la clinica, incontro Marco e Giulia, l’ospedale mi ricovera con urgenza. Dopo tutti gli accertamenti mi ritrovo sopra una carrozzina, spinto da un infermiere, pensando all’accaduto e sperando che dalle risonanze non ci sia niente di grave. Arrivano i risultati, fortunatamente non c’è nessun trauma cranico o organi vitali danneggiati, ma il polso deve essere operato con urgenza, la ferita al volto pulita e ricucita prima che si possa infettare e possa peggiorare la situazione. 14 ore dopo l’accaduto. L’ospedale mi chiede della mia assicurazione personale, devono intervenire medici specializzati e la clinica, essendo una delle migliori dell’Ecuador è anche una clinica privata. Fortunatamente mio padre sei mesi fa aveva ribadito l’importanza di fare un’assicurazione sulla vita, fortunatamente gli diedi retta. Collegato sempre con mio padre dall’Italia, contattiamo l’assicurazione. La risposta al finale è questa “signori dovete pagare voi e poi vi rimborseremo il tutto”. Dall’assicurazione non c’è nessun aiuto lasciandomi nella merda più totale. Viene avvertita anche l’ambasciata italiana per poter in qualche modo garantire, ma in caso di pericolo di morte, nessuno può muoversi, che cose assurde penso.

Sono le 24.30.

L’ospedale mi riferisce che fino a quando no ha garanzie non può operarmi, con me ho solo una carta ricaricabile collegata alla mia banca e visto che in Italia era notte fonda, l’unica garanzia che potevo dare era far partire un bonifico il giorno dopo da questa. Passo la notte nella sala del ricovero, oltre alla preoccupazione dell’operazione devo anche preoccuparmi del fattore soldi.

Ore 6.30 del mattino, l’ospedale mi riferisce che non potrà farmi l’operazione.

Ore 8.30, arriva un foglio che attesta un bonifico dalla mia banca.

Ore 8.45, l’operazione è fissata per le 15.30 del giorno stesso, penso io “ma si dai, allunghiamola di altre ore tanto per non perdere tempo”.

Mi confronto sempre con Marco e Giulia, costantemente al mio fianco ripetono che tutto andrà per il meglio.

Ore 15.15, entro in sala operatoria per l’anestesia totale, ho decine di medici e infermieri intorno che mi tranquillizzano nei migliori dei modi, mi sento finalmente al sicuro.

Ore 21.30, risveglio post operazione. Marco e Giulia fuori dalla sala ad aspettarmi. L’operazione è andata per il meglio, 30 punti al volto e una placca inserita nel polso.

Dopo due giorni esco dalla clinica, vivendo per una settimana a casa di Marco e Giulia.

Oggi sono fuori pericolo, ho affittato una stanza a Quito per poter riposare e fare le visite di controllo, è tutto ormai passato, una vera e propria terribile esperienza.

Ma in fondo ho sempre riflettuto su questo, se ci penso bene non è stata affatto una terribile esperienza ma un altro grande insegnamento sulla propria esistenza. Potevo perdere un occhio, oppure rimetterci la vita, poteva andare molto peggio. Anzi, sono sicuro che 10 chilometri più avanti da dove sono caduto c’era un carro pronto a togliermi la vita, e fortunatamente sono cascato. È tutto più chiaro dopo un incidente, dopo che la tua vita è stata messa in pericolo e sei riuscito a scamparla. In questi giorni penso alle tante volte che ho rischiato la vita, e in questi sei anni vissute da vagabondo, non mi basta una mano per contarle.

Riesci a dare ancora più valore alla tua esistenza. A quanto siamo fortunati a camminare ancora con le nostre gambe e di avere ogni organo ben funzionante assaporando tutto quello che questa realtà e questa meravigliosa terra può donarci. Bisogna sempre guardare il lato positivo delle cose, mantenere la calma e avere pazienza, collegare questi tre punti fondamentali per poter affrontare al meglio i momenti più bui, specialmente se si è dall’altra parte del mondo, soli e in pericolo di vita.

Oggi mi sento un ragazzo fortunato perché ho visto ancora una volta la morte in faccia e ho appreso ancora di più il valore della mia vita. Ho capito anche che in questa vita non posso morire, che ho tantissime cose da vedere e conoscere, che devo ancora una volta innamorarmi, costruire la mia piccola comunità in qualche parte del mondo, abbracciare i miei cari e magari crescere dei figli.

Tornerò più forte di prima, in questo mondo c’è ancora tanto da vivere.

Ho solo bisogno di riposare per un paio di settimane, aspettare che tutto possa ritornare come prima e che il mio amato Artigiano Eugenio Simoncini possa inviarmi un nuovo telaio per ripartire alla grande alla scoperta di altre terre. Perdonatemi se molti di voi lo vengono a sapere solo ora, amici da una vita, parenti e persone che seguono questo viaggio, l’importante è che oggi sono qui e posso raccontarvi il tutto con un enorme sorriso e qualche cicatrice in più.

Ma in fondo, pensando a questa cicatrice che porterò per sempre sul volto, un nomade senza cicatrice al volto ma che nomade è?

In questo momento ho veramente molte spese, se vuoi darmi una mano puoi visualizzare la pagina relativa alle donazioni, oppure comprare i miei libri o un meraviglioso scatto fotografico da attaccare alla parete di casa.

Tornerò più forte di prima, promesso.

Vi auguro tanta buona vita a tutti.